Recensioni e Interviste
La recensione di Luca Biasci
Recensito su Dharma, n° 20, 2005
Ebbene sì, posso confermarlo, fu un vero sentimento di “affinità elettiva” quello che unì gli autori di questo libro, proprio come si trova scritto nell’introduzione, un vero colpo di fulmine, mi sento di poter affermare, senza avere paura di eccedere nel mutuare un termine dal vocabolario erotico dato che amore, amicizia, affetto, sono tutti sentimenti che cadono nel sfera d’azione del medesimo, potente, daimon: Eros. E questo posso dirlo perché – e spero che il disvelamento di questo particolare storico non irriti gli autori – c’ero anch’io in quei giorni ormai lontani in cui ci siamo/ si sono conosciuti; infatti stavamo insieme frequentando i seminari previsti per il training formativo presso l’“Associazione Italiana per lo studio della Psicologia Analitica” (A.I.P.A.). Di fronte ad una Diade già subitaneamente così ben amalgamata, tertium non datur… spettatore ammirato e bonariamente invidioso osservavo la Sympàtheia che rigogliosamente, quasi straordinaria pianta rampicante, avviluppava i due amici con i suoi guizzanti e frondosi rami, orgoglioso di essere spesso interlocutore, in un primo momento, ora dell’uno ora dell’altro (condividendo con entrambi la passione per Jung, per Hillman e per altri campi d’interesse) ed in seguito, della coppia “di fatto”, ormai saldamente unita da comuni progetti di lavoro e di interesse. Perché ho voluto sottolineare con enfasi l’humus affettivo-emozionale nel quale è al fine germogliato, dopo il necessario periodo d’incubazione, il seme che ha dato origine a quest’opera? James Hillman ha accettato di impegnarsi, attraverso un serrato scambio epistolare, in una sorta di “(...) singolar tenzone” con venticinque intellettuali illustri di diversa estrazione professionale: psichiatria, psicoanalisi, psicologia analitica, architettura, letteratura… e con un musicista della levatura di Franco Battiato nella veste di pittore, il quale ha deciso di interrogare il maestro di Atlantic City con un suo enigmatico, stupefacente ritratto/icona (che è anche immagine di copertina), in cui lo sguardo di luce fora la maschera del volto e si slancia nell’infinito, quasi a catturare magneticamente l’attenzione dell’ignaro lettore che dovesse scorgere il libro passeggiando distrattamente tra gli scaffali della libreria preferita. Il risultato è stato un ventaglio di lettere niente affatto agiografiche ma, anzi, decisamente critiche, spesso di una critica costruttiva, qualche volta pungente se non apertamente, anche se sempre correttamente, ostile. Eppure, nonostante la vis polemica che anima il testo, non è Ares a vegliare su questo libro con il suo amore per l’odore acre del sangue e per il clangore delle armi, ma è invece Eros, come affermavo già in precedenza, per definizione (secondo la felice espressione di G. Reale) il demone mediatore. Infatti, da un lato, le accurate ed accorate introduzioni degli autori alle quattro aree tematiche in cui hanno organizzato i contributi epistolari: Tracce di Jung; Destino ed individuazione; Therapeia; Un nuovo umanesimo tra etica ed estetica, cariche di un sentimento vigoroso ma ben differenziato, dall’altro, la generosa pietas con cui Hillman ha risposto anche alle lettere più agguerrite, contribuiscono ad evocare un’atmosfera molto conviviale, calda ed appassionata. Ad una lettura attenta, profonda e – come poteva essere altrimenti in questo caso? – Immaginale, si impone la visione di un Hillman “mentore socratico” impegnato in un “simposio” in cui ha il compito di scomporre le domande dei suoi interlocutori e di riformularle secondo la prospettiva dell’anima.
Certamente non si può non nominare anche un altro nume tutelare, in questo caso non solo di questo libro ma anche di tutta l’opera hillmaniana, ovverosia Hermes. È proprio nel rispondere a chi si è lasciato tentare a “picchiare sodo” con la sua domanda che Hillman sfodera la sua “(...) disarmante natura ermetica”, facendo propria la tradizione orientale delle arti marziali di matrice buddista. Come un maestro di Ju-do o di Aiki-do, prima si inchina con rispetto di fronte all’avversario, poi lascia che questo si avvicini facendo la prima mossa e con un impercettibile spostamento sul suo asse si sottrae all’attacco, sbilanciando il “nemico” e con un secondo, elegante, movimento afferra gentilmente e proietta l’avversario, guidando con compassione la sua caduta a terra che, altrimenti, risulterebbe rovinosa, limitandosi a mettere in leva un’articolazione per provocare così un poco di dolore all’impudente, tanto per ricordargli che “chi di spada ferisce…”.
In conclusione, Mondo e Turinese, con questo loro gradevolissimo libro, hanno compiuto un’operazione veramente ermetica: invitando chi aveva da togliersi “dei sassolini dalla scarpa” nei confronti di Hillman, a criticarlo liberamente, hanno in realtà consentito al caro James di esporre con ancora maggior chiarezza ed incisività il suo pensiero, liberandosi anche di alcuni “scheletri rimasti per anni rinchiusi nell’armadio”.
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