Recensioni e Interviste
Biotipologia: recensione di Giusi Polizzi
“Quando qualcuno cerca, allora accade
facilmente che il suo occhio perda la
capacità di vedere ogni altra cosa, fuori
di quella che cerca, e che egli non riesca
a trovare nulla, non possa assorbire nulla
in sé, perché pensa sempre unicamente a
ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché
è posseduto da uno scopo. Cercare
significa: avere uno scopo. Ma trovare
significa: esser libero, restare aperto, non
avere scopo. Tu venerabile, sei forse di
fatto, uno che cerca, poiché perseguendo
il tuo scopo, non vedi tante cose che ti
stanno davanti agli occhi”.
Siddharta, H. Hesse
“Secondo me, alla base di tutto ci deve
essere qualcosa di estremamente semplice.
E sempre secondo me questa idea, quando
finalmente l’avremo scoperta, sarà così
convincente, così bella che dovremo dire:
certo, non poteva che essere così”.
La creazione dell’universo, J.Wheeler
Il complesso pensiero che articola “Biotipologia “, rende la disciplina omeopatica ed analitica, due versanti – nella scoperta dell’uomo inteso come totalità – indispensabili per coloro che alla ricerca si accostano con la meraviglia di chi scopre ogni giorno il conosciuto senza trincerarsi nelle griglie limitate e stereotipate della tradizionale nosografia medica.
L’autore, essendo medico omeopata e psicologo analista, pone al centro della sua riflessione – attraverso un excursus storico dello studio delle costituzioni- il cammino dell’uomo attraverso il percorso della sua anima.
Anima e corpo non sono entità separate interne all’uomo, bensì manifestazioni globali dell’intera personalità che, partendo da dati fissi come la costituzione, si espandono fino a delineare le possibilità interiori nella scoperta di sé e dei propri obiettivi.
Biotipologia, dal greco bios (che vive) e tìpos (tipo, stampa), rappresenta lo studio delle costituzioni umane; quindi, attraverso l’ars medica che è l’arte dell’osservare e dell’interpretare, si giunge alla cura individualizzata del paziente grazie all’inquadramento di tre ingredienti fondamentali: costituzione, modello reattivo e tipologia sensibile. L’autore traccia un profilo storico dello sviluppo dello studio delle costituzioni, studio scomparso dal corso di laurea in Medicina e Chirurgia per dar luogo alle griglie nosografiche, frutto delle sperimentazioni cliniche, che uniformando i pazienti e i loro disagi, ne aboliscono il linguaggio psichico. Già nella medicina ayurvedica è possibile rintracciare tre costituzioni fondamentali (Vata Prakriti, Pitta Prakriti, Kapha Prakriti) cui si aggiungono le costituzioni miste ed una ideale (Sama Prakriti). Tali costituzioni nascono dalla peculiare composizione dei cinque elementi, aria, acqua, fuoco, vento, etere , e riguardano non solo l’aspetto fisico ma anche la manifestazione caratteriale dell’individuo: in pratica, si pone come dottrina umorale. Anche in occidente la prima medicina nasce avvalendosi della teoria umorale. Ricordiamo ,infatti, che la medicina d’Ippocrate (458-370 a.C.) non generalizza i sintomi per arrivare alle cause, ma ne identifica tanti quanti sono gli individui. La teoria ippocratica viene poi ripresa da Galeno (138-201 a.C.) che può essere considerato il precursore della moderna psicosomatica, anche se diversamente dall’attuale approccio psicosomatico , fa discendere il carattere dalla particolare costituzione e fisiologia del soggetto. Anche la fisiognomica, ovvero lo studio del carattere attraverso i lineamenti del volto, ha radici antiche. Già con Aristotele (384-322 a.C.) si cerca di delineare il temperamento attraverso la comparazione tra le proporzioni degli aspetti fisici. Lo studio della fisiognomica aprirà le porte a quell’importante disciplina che va sotto il nome di frenologia il cui fondatore è F.J. Gall che porrà una stretta correlazione tra i tratti caratteriali con le sue patologie e le forme del cranio. Da lì alla ricerca del soggetto “anomalo”, criminale, il passo sarà breve, ed aprirà la via all’attuale medicina criminologica ed alla psichiatria forense. La costituzione – che rappresenta “l’insieme di caratteristiche anatomiche, fisiologiche e psichiche proprie di un soggetto” (Dizionario Medico Illustrato Dorland, 1985)- così come il carattere, vengono necessariamente influenzati dall’ambiente. A cavallo tra l’800 ed il ‘900 lo studio delle costituzioni raggiunge una precisa metodologia grazie ai criteri antropometrici e statistici, sviluppandosi successivamente sul versante dello studio delle condizioni embrionali ed endocrine che generano quel particolare biotipo.
La parte centrale del testo di Turinese riguarda le connessioni tra la tipologia e la materia medica omeopatica. Samuel Hahnemann (1755-1843), fondatore dell’odierna Omeopatia, pur non interessandosi degli inquadramenti tipologici, anticipa però il concetto di tipologia sensibile che, come succitato, fa parte della necessaria triade d’osservazione per la scelta terapeutica. Dall’iniziale studio hahnemanniano dei miasmi, a quello diatesico di Jahr e Griesselich, si arriva con A. Santini (1917-19899) – il più grande costituzionalista italiano – al concetto di modello reattivo per intendere “le forze energetiche fisiopatologiche… come vere e proprie costellazioni di origine genetica e in grado di mostrare una certa plasticità in risposta agli stimoli ambientali”(Turinese, 2006), e ancora “un modello reattivo non è un tipo, ma uno dei modi di cui ogni tipo dispone per reagire nel momento in cui il suo equilibrio s’incrina”(Ibidem). Da qui discenderanno i quattro modelli reattivi (psorico,tubercolinico, sicotico, sifilitico) a cui si affiancheranno le quattro fondamentali costituzioni omeopatiche (fluorica, sulfurea, carbonica, fosforica).Ovviamente, va ricordato che difficilmente s’incontrano tipi puri, ovvero appartenenti ad una sola tipologia: risulta più verosimile il tipo misto in cui varie componenti s’intersecano tra loro. Sia nel modello reattivo che nelle costituzioni sono ravvisabili importanti tratti caratteriali: infatti, mentre per il tramite della costituzione osserviamo aspetti difficilmente manipolabili con le terapie – e, quindi, fisso nelle sue componenti – attraverso l’osservazione del modello reattivo, prendiamo conoscenza di come il soggetto reagisce a quel particolare stimolo. Il terreno, dunque, nasce dall’incontro di questi due aspetti a cui va unita l’osservazione della tipologia sensibile al fine della prescrizione omeopatica. La tipologia sensibile , già anticipata da Hahnemann riguarda il concetto di simillimum, ovvero la ricerca di quel rimedio la cui patogenesi si avvicina di più ai sintomi del soggetto. Questo concetto, che riguarda gli aspetti fisici e psicologici dell’individuo, ha anche un grande valore relazionale. È proprio l’omeopatia che ci insegna a valorizzare il simile, ovvero colui che è simile a noi e le cui qualità odiate o amate che siano, rimandano a ciò che ci appartiene ma che spesso viene negato e proiettato sull’altro. La maestria di Turinese si evidenzia nella creazione di un ponte tra la cura omeopatica (che dell’individuo si prende carico globalmente) e la necessità del soggetto di approfondire le proprie tematiche attraverso il percorso analitico. Scrive a tal uopo: “Il carattere…può essere un segno di richiamo che conduce alla prescrizione di un particolare rimedio e, dunque, alla possibile guarigione di una malattia in quel determinato tipo; ma non può essere fatto oggetto di terapia omeopatica. Bisogna dirlo chiaro e forte: soltanto il ripensamento di tutta la propria vita psichica, tramite la pratica psicoanalitica, o comunque la riflessione sul proprio mondo interno, può condurre a modificazioni della struttura psicologica, e solo entro certi limiti”(Turinese, 2006).
Con l’avvento del criterio somatopsichico di Kretschmer, della tipologia di Sheldon, del concetto di armatura caratteriale di Reich che avvia alla moderna bioenergetica di Lowen, è possibile entrare ancor più nel vivo della questione caratteriale attraverso l’analisi della costituzione. La ricerca del disagio psichico è sempre più connessa ai blocchi fisici evidenziabili con l’osservazione. Anche Freud traccia alcuni elementi caratteriali , riscontrabili nelle quattro fasi di sviluppo psicosessuale (orale, anale, fallico e genitale), ma più tardi Jung sistematizza una tipologia caratteriale, destinata a rimanere valida tutt’oggi in ambito psicoanalitico. La differenza fondamentale nell’analisi delle tipologie tra Freud e Jung sta nel concetto di libido. Mentre per Freud la libido è ascrivibile solo all’energia sessuale, per Jung è energia psichica generalizzabile e desessualizzata. L’interesse per Jung verso le differenze lo allontana ancor più da Freud che, al contrario, cerca l’eziologia di tutti i disagi psico-fisici nei blocchi sessuali.
Scrive Jung: “ la Tipologia psicologica procede, in linea di principio nello stesso modo (della tipologia fisiologica), ma il suo punto di partenza si trova non fuori, ma dentro… l’assenza di visibilità e di misurabilità dei processi psichici impone il ricorso ad una metodologia che sia propria delle scienze dello spirito, cioè a una critica di tipo analitico”(1929). In Tipi psicologici descrive così due orientamenti psichici fondamentali – l’introverso e l’estroverso – cui si affiancano quattro funzioni della coscienza (pensiero, sentimento, intuizione e sensazione), di cui due razionali e due irrazionali. Una delle funzioni sarà sempre in figura mentre un’altra sarà sullo sfondo costituendosi come funzione inferiore. Scopo dell’analisi è quello di portare alla luce la funzione inferiore. Dalla particolare combinazione delle funzioni con gli orientamenti generali discendono quattro tipologie razionali e quattro irrazionali.
Ma l’analisi che Turinese propone va ben oltre: la storia ,scrive:” se non è magistra vitae è magistra tollerantiae” (2006) e apre le porte alla comprensione dei movimenti più o meno sotterranei della ricerca odierna. In particolare in ambito psicosomatico. A ben vedere, infatti, P. Pancheri, noto psichiatra e psicosomatista già venti anni fa parla di terreno per indicare la suscettibilità soggettiva alla malattia mediante un’azione generalizzata di organi e tessuti che prevede l’intervento dei tre sistemi :endocrino, vegetativo ed immunitario, aprendo, quindi, le porte alla disciplina che va sotto il nome di Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI).
Come vediamo, il cerchio sembra chiudersi: l’analisi del tipo è un indicatore di globalità d’efficacissimo valore euristico, poiché non solo arricchisce la semeiotica, ma indica altresì dove può giungere il processo evolutivo del soggetto. Nell’appendice, infatti, l’autore si sofferma sulla maieutica dell’analista e, direi dell’ars medica- se per cura intendiamo la presa in carico dell’altro interamente- e sul cammino che analista e paziente compiono verso l’evoluzione psico-fisica . “Ogni attenzione alle manifestazioni della psiche è un fare anima. Ogni tipo ha una sua natura entelechiale, reca in sé il suo telos. Nel tipo si cela il destino di un individuo: il destino in quanto portatore di una vocazione, di un’ immagine che lo definisce” (Turinese 2006). Ma nella scoperta del proprio daimon (Hillman, 1996) , l’uomo è soggetto a continui aggiustamenti di sé nel delicato percorso tra adattamento sociale ed individuazione, poiché il processo individuativo ci allontana quasi sempre dalle regole imposte dall’ambiente. La scoperta del proprio genio viene compiuta in solitudine e sempre in solitudine l’uomo stabilisce i propri equilibri tra mondo interno ed esterno. Ma questa operazione solitaria non si pone come allontanamento dal mondo, bensì come un recupero creativo di sé che al mondo regala nuove ed infinite possibilità.
Il vasto panorama del libro di Turinese, con linguaggio fluido, elegante e forbito, talvolta delicatamente provocatorio al fine di porre in essere delle antitesi, rimanda a caleidoscopiche riflessioni; si colgono connessioni di grande respiro nonché la spinta a considerare l’altro come portatore di “molti” attraverso l’essere unico ed irripetibile. Il rapporto medico-paziente, analista-cliente, è un rapporto circolare. Entrambi scambiano dadi nella costruzione del tetto del mondo attraverso il continuo sguardo di stupore e meraviglia che la conoscenza dell’altro implica. Né l’analisi del tipo, infatti, né il concetto d’individuazione recintano l’uomo entro categorie de-finite . Non si tratta, quindi, di costruire nuove griglie interpretative su base fisica e sintomatologica, bensì di recuperare di ciò che l’organizzazione “uomo” dichiara – primariamente ed archetipicamente – col suo corpo e con la sua anima. Esse sono solo il punto di partenza per una maggiore consapevolezza del proprio viaggio in questa vita, dentro e fuori di sé.
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